Ci sono numeri nello sport che raccontano passioni, vocazioni, vite.
Ieri, sul palcoscenico del PalaCoim di Offanengo, Luca Cristofani ha vissuto la sua trentesima finale nel volley giovanile, guidando il Volleyrò Casal de Pazzi alla conquista del settimo titolo nazionale Under 18 femminile della sua storia, superando per 3-1 il Cortina Express Imoco.
Fermarsi al tabellino, all’ennesimo scudetto tricolore cucito sul petto o a una bacheca che ormai fatica a contenere i trofei, sarebbe però un errore grossolano. Dietro a quella trentesima finale c’è un significato molto più profondo, che va oltre la tattica e i muri vincenti. C’è il ritratto di cosa significhi, oggi, essere un educatore e un allenatore di giovani atlete.
Nel volley giovanile forse più che in altri sport, la linea di demarcazione tra vittoria e sconfitta è incredibilmente sottile, ma quella tra un’atleta che si arrende e una che diventa campionessa è tracciata dall’aspetto umano. Cristofani ha sempre vissuto il suo ruolo con una filosofia ben precisa: l’allenatore non è un monarca, ma uno strumento a disposizione delle ragazze per compiere il proprio percorso.
Allenare l’Under 18 significa gestire un’età complessa, fatta di sogni giganti, insicurezze profonde, pressioni e cambiamenti.
Gestire atlete under 18, farne un gruppo così amalgamato da diventare famiglia, significa creare un porto sicuro. Significa essersi messi in discussione per primi. Cristofani ha spesso ricordato come, davanti a un’atleta difficile o a un blocco comunicativo, il primo dovere di un tecnico sia fare un passo indietro e dire: “Sono io che sto sbagliando canale, devo trovarne un altro”.
Il ruolo degli allenatori nel settore giovanile è un atto di generosità pura. Si prendono talenti grezzi, spesso caratteri spigolosi e anime in piena tempesta adolescenziale, si lavora giorno dopo giorno in palestra per smussare gli angoli, insegnare a gestire l’errore e a superare i propri limiti.
Una sorta di mastro vasaio di menti e cuori. E plasmando “l’argilla” con pazienza e meticolosità si ottengono creazioni meravigliose. Non é un lavoro per tutti, é tutt’altro che semplice, ma uomini come Luca sembrano essere nati per “stare al tornio”.
Molte delle atlete passate sotto le mani di Cristofani oggi splendono nei massimi campionati e in Nazionale maggiore. Ma la vittoria più bella per un coach rimane vederle cambiare, maturare e diventare grandi.
Trenta finali non sono solo trenta partite per una medaglia. Sono trenta gruppi diversi, centinaia di storie di vita incrociate, pianti asciugati, abbracci dopo una sconfitta e sorrisi orgogliosi dopo una vittoria.
Grazie a lui, e a tutti gli allenatori che ogni giorno scelgono di non essere semplici tecnici, ma i custodi dei sogni delle nostre ragazze.
E a uomini come Luca dobbiamo molti sogni colorati d’oro su sfondo azzurro.
Foto: fonte web
