Speriamo che torni ad essere sport

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La “vetrina” deve piacere a tutti, perchè  nel negozio vi comprino più persone possibile. Poco importa chi, se un avventore distratto o chi, di quel negozio è affezionato cliente, a prescindere da arredi e commessi.

Fuor di metafora, la tendenza, purtroppo, è sempre più quella di trasformare la pallavolo di alto livello in un evento. Quasi come se muri, bagher e schiacciate non bastassero più a conquistare il pubblico.  Come se i valori dello sport fossero le lucine sfavillanti nel contorno. E allora ecco balletti rap, violini zigani, cam che proiettano baci e smorfie sul grande schermo sopra il campo. E ancora DJ, gadget sparati in tribuna, malcapitati intervistati da cronisti improvvisati.

Ad alti livelli, la pallavolo scevra da cornici di spettacolo, è finita. Anni fa.

E a chi, come me, segue il volley dalla scalcinata palestra di provincia alla più futuristica e funzionale arena, questo spettacolo, questi fronzoli superflui, questi ” ammenicoli che distraggono dal gesto sportivo” non piacciono. Anzi infastidiscono proprio.
Ma il volley è da anni in cerca di visibilità, di sponsor. Deve attrarre persone e capitali, deve piacere, deve accontentare un pubblico sempre più eterogeneo. Deve catturare l’attenzione con lustrini e gingilli che forse con questo mondo non hanno nulla a che fare.

Chi si occupa di marketing sportivo parla di naturale evoluzione, dalla partita per pochi all’ evento per molti;  lo impone, almeno così sembra, un nuovo stile di percepire e fruire lo sport. Che per essere meno sofisticati e più diretti si chiamano budget e bilanci.

Io in quel “negozio” chiamato volley ci sono entrato per oltre venticinque anni, incurante delle vetrine, degli arredi, dei commessi. Ne sono uscito sempre con lezioni di vita, sorrisi ed emozioni. Semplicemente osservando il campo e i suoi protagonisti.

E spero che un giorno torni ad essere sport.


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